Confindustria obsoleta
“Quando Luigi Lucchini nel giugno 1985 diede la disdetta della scala mobile, la Confindustria si trovò di fronte un problema delicato: quel lunedì, infatti, erano ancora aperte le urne per le elezioni. E così si decise di tenere la conferenza stampa tra le 14, dopo la chiusura dei seggi, e le 15, prima delle proiezioni sul voto. In questo modo, non si poteva essere accusati né di aver condizionato il voto né di esser stati condizionati dal risultato”.
7 AGO 20

Ernesto Auci, che a quei tempi gestiva la comunicazione di viale dell’Astronomia (incarico tenuto anche con Sergio Pininfarina), spiega con questo esempio quel che dev’essere la terzietà di Confindustria rispetto alla politica: qualcosa che guarda avanti, senza guardare in faccia a nessuno ma senza abbassarsi al gioco delle lobby. Quella decisione di Lucchini fu un gesto di rottura che servì a uscire dall’immobilismo. Un po’ come il pressing di Sergio Marchionne verrebbe da dire. Perché Auci, già direttore del Sole 24 Ore, non è solo la memoria storica della Confindustria; nel suo passato recente c’è una lunga militanza nei ranghi Fiat, conclusa pochi mesi fa, per tornare a vestire i panni preferiti, quelli di giornalista e commentatore, con un sito di informazione da lui fondato, Firstonline.
Chi sta peggio dopo il grande strappo? “Direi la Confindustria – risponde Auci al Foglio – Credo sia urgente un ripensamento di una struttura che è diventata sempre più complessa e complicata. Più un ostacolo al cambiamento che uno stimolo”. L’esatto opposto di quel che occorre a un paese innamorato del compromesso e che non nasconde, dietro la facciata del buonsenso, la sua insofferenza per chi le cose le vuol fare per davvero. “Mi hanno lasciato perplesso alcuni giornali: Repubblica che assimila l’uscita di Fiat da Confindustria alla fuga dall’Italia ignorando gli investimenti a Mirafiori e Pratola Serra. O l’atteggiamento del Corriere della Sera: un colpo al cerchio, uno alla botte. ‘Sì, la Fiat ha le sue ragioni, ma bisogna salvaguardare la coesione sociale’. In realtà, con questa logica non si va da nessuna parte”.
Certo, la libertà di licenziare non è una battaglia popolare… “Ma la situazione attuale non porta vantaggi a nessuno. Sono gli operai i primi a pagare la crisi. Il problema non sono i licenziamenti per legge, ma quelli legati al tracollo delle commesse. O la caduta del reddito in caso di cassa integrazione. Non stiamo difendendo il migliore dei mondi possibili”. Per questo è sbagliato demonizzare Marchionne che tenta di creare le condizioni perché la multinazionale Fiat possa continuare a lavorare in Italia. Eppure un altro signore che Auci conosce bene, Cesare Romiti, non nasconde le perplessità. A suo tempo, in condizioni anche più difficili, non si arrivò mai a gesti di rottura. “Romiti non fece poi cose molto diverse perché anche in quel caso si trattava di dire basta e di riprendere il controllo delle fabbriche sopportando una occupazione di oltre un mese da parte degli operai. Anche allora la Fiat combatté la sua battaglia da sola, la Confindustria arrivò solo dopo”. Stavolta è successo qualcosa di più: difficile non interpretare l’accordo del 21 settembre come un passo indietro che ha messo la Fiat in difficoltà. E adesso? Il Lingotto deve tornare a far sentire la sua presenza in Italia, consiglia Auci: non è questione di comunicazione ma di presenza nelle università, nella cultura, nel contributo alla società. Tanto per dimostrare che l’uscita da Confindustria non è uno “strappo” con l’Italia.
“Un’azienda di quel peso deve dare agli stakeholder l’attenzione che meritano”. E viale dell’Astronomia? Come si fa a ritrovare lo spirito dei vecchi tempi? “E’ assurdo guardare al passato. Le relazioni industriali non hanno oggi l’importanza di una volta. Ci vuole una macchina più snella, flessibile, meno condizionata dai costi. Ma una cosa va recuperata: la Confindustria è un’associazione aperta alle esigenze di tutti i soci, non un parlamentino in cui la maggioranza comanda. Così si creano le correnti, i giochi di corridoio. Con questa falsa democrazia si finisce con il diventare ostaggio delle lobby”. “Nel bel mezzo di una crisi profonda – conclude Auci – è normale che la Confindustria ritrovi la voglia di far sentire la propria voce. Ma per recuperare lo spirito giusto occorre una riflessione profonda, senza falsi pudori: la falsa coesione porta all’immobilismo per cui ogni tanto ci vogliono dei gesti di discontinuità”.